Bambini ‘congelatì

Bambini “congelati”, dall’aspetto fragile, il viso di un pallore che ricorda il colore del ghiaccio e un’insicurezza che si riflette nei movimenti, nel tono della voce sempre basso, nel profondo silenzio che contrasta fortemente con la paura e il disorientamento che gridano nel loro sguardo. Sono i bambini che vediamo sempre in compagnia dei genitori, che non partecipano ad un discorso, sempre in disparte, “posati” su una sedia o su un divano, attenti a rispettare le regole della “buona educazione”, sempre pronti a non deludere mamma e papà, a centellinare le parole, a rispondere quando interpellati, a studiare perché è un dovere, spesso nell’impossibilità di esprimere un pensiero o di partecipare ad una decisione. Sono i bambini la cui gioia ha “perso i sensi”, la cui vitalità e spensieratezza sono state schiacciate dal muro della distrazione e della non consapevolezza. Sono i bambini che non hanno modo di sperimentare il mondo perché troppo denso di insidie, a disagio quando potrebbero sorprendersi della loro risolutezza. Sono tutti quei bambini che non hanno uno spazio esclusivo dove possano esprimersi liberamente senza aver paura di tradire le aspettative di genitori sempre presenti. Nella loro vita ogni aspetto ha la sua regola da dover osservare, ogni giornata scandita da impegni tremendamente improrogabili, non c’è mai possibilità di lasciar respirare la spontaneità, non c’è modo di sorridere quando non è opportuno, di piangere perché non tollerato, di “fare uno strappo alla regola” perché poi si corre il rischio di “abituarsi”. Ma questi piccoli un rifugio forse ce l’hanno, è quello che gli permette di piangere silenziosamente quando tutti dormono, di prendere per mano la fantasia e fare un viaggio in un posto lontano, dove finalmente tutto è possibile, dove la cromaticità delle emozioni rianima la gioia. A loro ho voluto rivolgere questi pensieri, con l’unico obiettivo di stimolare la riflessione di noi genitori, forse sempre troppo convinti di non sbagliare mai e responsabili, chi più chi meno, di aver rubato ai nostri figli un pezzettino della loro spontaneità.