Facebook, il nuovo amico dei bambini
La Commissione Europea rende noti i dati di un sondaggio compiuto su 25mila giovani di 25 Paesi UE, secondo cui un ragazzino su cinque, fra i minori di tredici anni, riesce ad aprirsi un account senza grandi problemi (notizia del 20.04.2011). Un numero crescente di bambini è presente sui siti dei social network, ma un gran numero non prende le precauzioni necessarie per proteggersi on line. Ma il dato più preoccupante riguarda il 56% di ragazzini tra gli 11 e i 12 anni che non sa come modificare i parametri per proteggere i dati personali! E ancora, secondo un’indagine Eurispes e Telefono Azzurro, il 42% dei bambini tra i 7 e gli 11 anni ha un profilo su Facebook e il 67,8% nel 2010 di bambini guardano filmati su YouTube. I dati non sono confortanti perché mostrano un utilizzo inadeguato e poco controllato dell’universo digitale. Non voglio parlare dei pericoli che si possono incontrare nel mondo virtuale, si è detto moltissimo al riguardo e le percentuali sono di certo da tenere presenti, ma comunque non posseggono un valore assoluto. Demonizzare queste nuove forme di comunicazione non porta a nulla di positivo, se non allontanarsi gravemente da tutto ciò che invece attira i “nativi digitali”, così ora vengono etichettati i bambini nati dall’anno 2006. Ma una domanda me la sono sempre posta: “Dov’erano i genitori di quei bambini tra i 7 e gli 11 anni che stavano costruendosi una loro immagine definita su Facebook?” Forse sono gli stessi genitori che si possono osservare a cena fuori chiacchierare piacevolmente tra loro mentre il proprio figlio dialoga con un monitor e la comunicazione familiare si dirige verso uno stato agonizzante. Questi nativi digitali hanno una tale dimistichezza con il mouse, la tastiera e tutto ciò che riporta ad un mondo virtuale che quasi fa spavento. Ma no, non c’è da spaventarsi. Anzi, utilizzare il mezzo digitale può affinare abilità interessanti come lo spirito di osservazione, la capacità di concentrazione e la reattività Penso ai più piccoli che lottano per raggiungere una manualità fine adeguata per controllare i movimenti del mouse o utilizzare la giusta pressione digitale per effettuare un clic efficiente! Ma leggevo in rete che solo il 5% di questi bambini sa allacciarsi le scarpe in autonomia…ma insomma, com’è possibile? Forse allacciarsi le scarpe non è poi così affascinante e divertente. Non possiamo tornare indietro, la tecnologia avanza ed è necessario mantenere il passo, altrimenti non riusciremo più ad orientarci nel mondo. Come afferma la dottoressa Gwenn òKeeffe, famosa pediatra di Boston, è necessario che i genitori si avvicinino a queste tecnologie senza averne paura, per poter interagire col mondo on-line dei giovani. La dottoressa suggerisce di creare un account sullo stesso social network dei propri figli in modo tale da star loro accanto anche nel mondo virtuale. Ma prima di far ciò è fondamentale comprendere come utilizzare le tecnologie correttamente, a partire da valori come l’incontro, l’amicizia, il rapporto privacy-presenza pubblica, che rischiano di essere svalutati nei social network. L’importante è non lasciare i figli soli-non solo fisicamente-di fronte al pc (M. Deriu, Docente di Etica Mediatica presso l’Università Cattolica di Milano). Già, non lasciare i bambini soli. Credo che sia anche per solitudine, noia, oltrechè per imitazione o per semplice curiosità, che un bambino decide di rivolgersi ai social network essendo totalmente libero di farlo. Il social network c’è sempre, non ti lascia mai solo, con lui sei sempre in compagnia e il tempo trascorre in fretta. Solo che così il contatto diretto con la realtà, essenziale per aiutare i bambini a sviluppare il loro equilibrio permettendo loro di vivere le emozioni in maniera formativa, va appassendosi sempre più e con esso anche le funzioni di sostegno che guidano i bambini attraverso il passaggio all’età adulta. Il computer non ride, non si annoia, no si inquieta, non dona la possibilità di interagire umanamente con un’altra persona se non attraverso uno schermo e dei tasti. Il mezzo digitale espone chi lo utilizza al contatto con esperienze virtuali spiacevoli o piacevoli, stimolanti o denigranti non potendo però usufruire di una figura mediatrice in grado di rimandare un adeguato ritorno emotivo. Si parla oggi di cyberbullismo, di crisi dell’autostima dei ragazzi che combattono contro il minor numero di amici su Facebook rispetto ad un compagno che magari riceve anche post e commenti positivi . è qui che il genitore ha l’obbligo di mediare, di rassicurare e tranquillizzare. Invece oggi molti genitori si vedono costretti ad utilizzare il mezzo digitale come una baby-sitter in grado di tener compagnia a bambini annoiati e soli. Ecco che gran parte della giornata la trascorrono in rete penalizzando l’attività fisica, il rendimento scolastico ed un sonno tranquillo. Credo che ogni realtà debba essere vissuta con moderazione e quindi con rispetto delle regole. Sarebbe utile pensare al bambino che conosce il mezzo digitale come ad un piccolino che sta iniziando a camminare: ha bisogno di sostegno, supporto e attenzione da parte di qualcuno che gli voglia bene e che gli permetta di sperimentare anche il piccolo dolore di una caduta sul soffice cuscino della supervisione dell’adulto. è importante scegliere insieme che tipo di social network andare a conoscere, le modalità per proteggersi dai pericoli, la frequenza e l’utilizzo del social network, rispettando regole ufficilamente condivise e accettate da tutto il nucleo familiare. Genitori presenti. Ovviamente un lavoro simile sarà possibile se concetti come il rispetto reciproco, l’osservazione delle regole e l’importanza del significato della fiducia e della trasparenza, siano già stati interiorizzati. A giudicare dalle percentuali odierne rispetto all’utilizzo di Facebook , allo stato emotivo dei nostri giovani e da ciò che ci circonda credo che sia mancato qualche passaggio. Siamo nell’era dei nativi digitali. Ma questi nativi digitali sono persone e una persona non è un profilo definitivo, che non si può modificare, è una persona. è ora di preoccuparci di impostare l’intero percorso educativo e formativo dell’essere umano sul rispetto di essa e della sua emotività, ma questa è un’altra storia. (Marcella Ciapetti, Pedagogista clinico)