Voci delle donne nella Milano del 2020

Per un progetto poi mai andato in porto che si chiamava “Voci di donne nella Milano del 2020” avevo scritto questo pezzo ancora in piena pandemia. Mi aiutato a ricordare le mie origini, a ripensare al mio percorso e ai sentimenti vissuti durante la pandemia così lontana dal mio Paese e da Milano. Sono partita da Milano ormai 9 anni fa, ma sono ancora una donna milanese attaccata alla sua città e a tutti gli anni trascorsi nel quartiere di porta Venezia.

Mi è capitato spesso questo ultimo anno di pensare a come ero da ragazza. Ho compiuto 47 anni in questo strano 2020 che ci ricorderemo per sempre. La nostra infanzia e giovinezza non è stata caratterizzata da eventi particolarmente drammatici. Nel mondo se ne sono susseguiti tanti ma noi Milanesi, figli di genitori che hanno sfiorato la guerra, abbiamo tutto sommato vissuto con serenità i nostri primi 30 anni, quelli in cui costruisci il futuro. In una classica famiglia borghese di Milano il percorso è abbastanza segnato, il liceo classico o scientifico, l’università, una professione nell’azienda familiare o un lavoro a tempo indeterminato in una grande azienda. C’era il sogno di viaggiare, fare carriera, vedere il mondo, sposarsi tardi e magari fare dei figli, tardi anche quelli perchè vivere con i genitori è anche abbastanza comodo dopo aver finito l’università. Io però sono andata via di casa a 26 anni, tardi ma non tardissimo, sentivo l’esigenza di vivere da sola. Lo studio era importante così come le uscite con gli amici, la scoperta della città, la voglia di contaminarsi con culture straniere grazie alle opportunità di scambio con l’estero che il Politecnico di Milano mi offriva. Ci si aspettava ore ad un appuntamento, si viaggiava lontani senza essere tracciati dai genitori, si dovevano fare i turni per usare il telefono fisso in casa. Ero una giovane donna ingegnere ambiziosa e indipendente, pronta ad afferrare occasioni. Appena laureata avevo almeno sei offerte di lavoro, dopo dieci anni, un MBA e un primo figlio nemmeno una. Il telelavoro non era concepito a quei tempi e lavorando fuori Milano il tempo per la famiglia era limitato. Oggi di figli ne ho tre e vivo in California. La grande azienda mi stava stretta e volevo crescere i miei figli dando loro una forte presenza, così mi sono dedicata a piccole attività imprenditoriali. L’ultima avventura l’ho iniziata giusto un mese prima del lockdown. In California il telelavoro, o smart working come viene chiamato in Italia, era radicato ben prima del Covid. Si lavora sodo qui ma mamme e papà (ebbene sì anche i papà) sono a tutte le riunioni della scuola, cenano insieme e se necessario lavorano da casa. Si guarda ai risultati non alla presenza. Non è rose e fiori neppure qui, la maternità obbligatoria non esiste e la donna sta ancora combattendo per le pari opportunità ma tante cose sono più facili. Oggi ho ancora quella inclinazione giovanile a credere negli altri, ma ho imparato forse ad essere meno ingenua soprattutto in ambito lavorativo. Quando lasci il tuo paese ti aggrappi molto alla socialità, ricerchi amicizie profonde perchè quelle di una vita le hai lasciate a Milano. In America si cambia spesso città e quindi si deve ricostruire ogni volta un tessuto sociale che appaghi e riempia. Spesso dicevo, quasi scherzando, che il mio peggior incubo era quello di rimanere bloccata qui. Non perchè sia un brutto posto anzi, ma perchè gli affetti di sempre mi sarebbero parsi troppo irraggiungibili. Quest’anno è successo proprio questo. Il mondo si è fermato e noi osservavamo l’Italia attraverso uno schermo e delle pagine di giornale. La tecnologia è il mio mondo e mai come ora ho ringraziato per le invenzioni che hanno accorciato le distanze. Viaggiare da oltreoceano in tempo di pandemia non è impossibile ma quasi. Pesa il lockdown quando sai che le persone che ami sono a milioni di chilometri di distanza e non le puoi raggiungere. Certo l’idea di non poter assistere un parente in ospedale dà la stessa angoscia anche se si vive nella stessa città, ma almeno non c’è un oceano di mezzo. E io ho perso un padre, pochi giorni prima di Natale, senza poterlo abbracciare un’ultima volta o commemorare al suo funerale se non attraverso uno schermo, che ancora una volta mi ha salvato. Prima ancora del nostro lockdown americano abbiamo vissuto quello italiano, se a Milano si chiudevano in casa dovevamo farlo anche noi il prima possibile. E il nostro stile di vita non è quasi mai cambiato pur avendo la fortuna di avere natura, spiagge e oceano a portata di mano. Quando sei da poco in una nuova città questo non aiuta molto l’integrazione. Un isolamento qui, lontano dagli affetti cari ha un sapore ancora piú amaro, unito al terrore di non essere curati bene, di non rientrare nei costi dell’assicurazione. Questo sistema che punta al servizio e non alla qualità non rassicura molto in una pandemia. Ogni giorno in ospedale ha un costo altissimo che non tutte le assicurazioni coprono completamente. Ho messo in sospeso la mia attività appena iniziata per dedicarmi ai miei figli, per sostenerli in questo passaggio così difficile. Mi sono spesso sentita sola, stanca di gestire tutto, ma con la consapevolezza di essere comunque in una posizione privilegiata. Il cambiamento è stato profondo, tante cose che prima si consideravano importanti sono andate in secondo piano. Meno consumismo, più sostegno agli esseri umani, lavoro più flessibile, più tempo dedicato alla famiglia: lezioni preziose di questo oscuro periodo. Mi manca la mia città, la mia Milano ferita, avrò sempre in mente la sua bellezza nelle immagini del lockdown, deserta e silente, con le sirene delle ambulanze in lontananza. Immagini reali che mi apparivano come sfondo alle videochiamate con mio nipote dal mio quartiere di sempre, vivace e antico, che si è sempre rinnovato pur non cambiando mai, vie che hanno accompagnato decadi di vita, Via Baldissera, Via Stoppani, Viale Regina Giovanna, Via Ciro Menotti, in cui incroci le persone con cui sei cresciuta e ti senti sempre a casa. E noi donne soprattutto ci siamo ritrovate investite di nuovi ruoli, vista la gestione spesso carente della scuola. Non dimentico i mariti, spesso estremamente presenti e coinvolti, ma nella maggior parte delle famiglie sono state le mamme a prendersi maggiormente cura dei figli a casa e hanno fatto da insegnanti, psicologhe, allenatrici sportive e coordinatrici di una vita familiare nuova e impegnativa. Non è solo l’assenza della scuola ma anche delle attività sportive a cambiare lo stile di vita dei nostri ragazzi. Le mura di casa che all’inizio sembrano strette poi diventano rifugio, sicurezza, roccaforte della salute. La finestra che inizialmente ci separa crudelmente dalla vita di prima (di cui magari ci lamentavamo o davamo per scontata ma che ci manca da togliere il fiato), diventa poi la nostra protezione, il confine che dà sicurezza e dal quale non sentiamo più l’esigenza di scappare. Prima il terrore e lo sconforto, poi l’accettazione e infine l’abitudine. Il tempo porta via i ricordi e “the new normal” diventa il semplice normale. La macchina che prima macinava chilometri è sempre ferma davanti al garage, le urla e le corse dei tanti bambini che venivano sempre in casa svaniscono. Gli abbracci, i concerti, le cene, da un giorno all’altro non esistono più. “Non è necessario avvicinarsi o toccarsi mamma, possiamo parlarci lo stesso a scuola a distanza e con la mascherina”, mi dice mio figlio di sei anni il quale nota ogni volta se delle persone stanno vicine a meno di due metri.  Tutto è cambiato ma, come insegnano i bambini, l’amicizia e l’affetto riempiono anche quei due metri vuoti che ci separano e quando tutto tornerà come prima la vita avrà un sapore dolce e rinnovato. Il mondo delle donne ha bisogno di attenzione da parte del mondo degli uomini da ben prima della pandemia. Il Covid ha dato luce agli eccessi e agli errori dell’essere umano. Abbiamo trattato male la nostra Terra, abbiamo inseguito il denaro e trascurato le relazioni umane, abbiamo sottovalutato l’immensa capacità di adattamento e la fine intelligenza emotiva delle donne. Il mondo delle donne, e soprattutto quello delle donne che hanno messo il piede in mondi prevalentemente maschili come è successo a me, ha bisogno di ascolto e flessibilità, ma soprattutto di fiducia. La donna fa lo stesso percorso di un uomo, porta le stesse competenze tecniche ma offre anche sfumature preziose in quanto diverse, peculiari dell’universo femminile. A questo si aggiunge la grandezza del diventare mamma, con annesso l’istinto alla cura, la determinazione a raggiungere gli obiettivi, la capacità organizzativa. Nell’integrazione del mondo dell’uomo la donna ha bisogno innanzitutto della parità nella cura all’interno del nucleo familiare senza la solita classificazione del lavoro maschile di serie A e femminile di serie B, ha bisogno poi di fiducia e sostegno nell’attraversamento della fase delicata della maternità/prima infanzia, e ha bisogno di flessibilità negli orari lavorativi. Il Covid ha forzato le aziende italiane a concepire il telelavoro come una valida alternativa, donando più tempo familiare ai genitori. A me avrebbe aiutato a non lasciare il lavoro 12 anni fa scambiando due ore di macchina con due ore dedicate a mio figlio. In America ho imparato che ci si può reinventare sempre e che essere positivi aiuta a superare gli ostacoli. Le donne hanno fatto tanta strada e continueranno a farne. E spero che ciò avvenga non snaturando quello che siamo, non cadendo nelle stesse logiche maschili ma valorizzando sempre di più la nostra capacità di essere leader intelligenti e sensibili capaci di unire e non dividere. Forse questo virus aiuterà a far nascere nuove consapevolezze e a risvegliarci dal torpore del possedere, per poter diventare cittadini del mondo responsabili e compassionevoli. Io ci credo ancora.