Come si parla di “morte” con i propri figli?

Lunedì abbiamo appreso una notizia tristissima: è morta la mamma di un bambino compagno di nido di Alice.

Mi ha toccato motissimo, inutile dirlo, e mi sto interrogando su come, se e quando parlare di morte coi bambini. Penso che sia una riflessione importante e che sapere usare le parole giuste possa aiutare a donare ai bambini degli strumenti preziosi per gestire un evento drammatico che comunque sappiamo fa parte inevitabile della vita. Ma come?  

 

Risposta Migliore

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Credo che, al di là delle normali paure ed incertezze di noi adulti su questo tema, si possa far comprendere ai bambini che è possibile parlarne, ricordare una persona cara, ed insegnare loro la condivisione degli stati emotivi nei momenti difficili. I bambini a due anni non hanno ancora una struttura di pensiero in grado di comprendere l’esistenza della morte; esprimono bisogni di continuità e stabilità, che sono i genitori a trasmettere loro attraverso la relazione di cura, a prescindere dagli eventi che raccontano.

Difficile trasmettere ai bambini strumenti di comprensione che noi stessi non abbiamo; credo che nella nostra cultura occidentale la visione della morte come evento naturale del corso di vita sia un’acquisizione rara. L’importante è che le paure non divengano così grandi da far sì che non se ne possa parlare: i bambini, quando fanno delle domande, esprimono le proprie incertezze ed il bisogno di elaborare pensieri ed emozioni; il contenuto e la completezza delle risposte che date loro è secondario, ciò che conta è offrirgli questo spazio di espressione.

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Con mia figlia che ora ha quasi 6 anni abbiamo cominciato a parlarne presto perchè in estate andiamo in un parcogiochi ombreggiato che confina con il muro del cimitero e l’entrata di questo è vicina e quando chiedeva di entrare noi la portavamo,ovviamente ogni volta faceva molte domande e noi rispondavamo con semplicità senza tanti giri di parole spiegando che le persone muoiono per vecchiaia,per malattia e anche che succedono incidenti e a questo punto facciamo degli esempi adatti a lei,tipo attraversare la strada,arrampicarsi sulle finestre giocare con i coltelli e tante altre cose che le vengono vietate per la sua sicurezza.Nel frattempo ci sono state altre occasioni di parlarne tipo la morte del bisnonno,una bambina alla scuola materna,il cane della nonna.Voglio dire che queste sono cose che succedono e secondo me è meglio affrontare il discorso con naturalità e non quando ne saremo costretti e con poca serenità da parte nostra,quello che ho notato con mia figlia è che sicuramente lei lo vede in modo diverso,a volte non so cosa le passa per la testolina,però non si preoccupa del dopo come facciamo noi,lei sa che una persona quando muore non c’è più ma non ha mai manifestato paura della morte.

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è MOLTO DIFFICILE PARLARNE CON I BAMBINI, SOPRATTUTTO SE SIAMO CONFUSI ANCHENOI. iO PER ESEMPIO NON CREDO DI AVERLA ACCETTATA ANCORA LA MORTE, NON CREDO DI AVER “DECISO” COSA SIA LA MORTE, SE SOLOUN PASSAGGIO O LA FINE DI TUTTO. NON MI SONO ANCORA RIPRESA COMPLETAMENTE DALLA MORTE DI UNA MIA CUGINA AVVENUTA BEN 10 ANNI FA. NON SAPREI PROPRIO COME AFFRONTARE QUESTO ARGOMENTO CON MIO FIGLIO, MA SPERO DI DOVERGLIELO SPIEGARE PIù TARDI POSSIBILE.

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Io per lavoro mi trovo spesso a confrontarmi con questo argomento e fin da piccola l’ho sempre accettato con molta serenità, merito sicuramente dei miei genitori che non mi hanno mai nascosto nulla, hanno sempre cercato di spiegarmi tutto, forse è anche per questo che ho deciso di fare l’infermiera. Forse un bimbo di due anni non ha ancora gli strumenti adatti per comprendere cos’è la morte, ma alla fine nemmeno noi li abbiamo,nemmeno noi ci rassegnamo a questo evento purtroppo inevitabile e forse è proprio per questo che ci fa paura. Non ci si abitua mai al senso di perdita e di vuoto che lascia, io stessa quando viene a mancare un paziente mi chiudo in bagno e piango,forse allora più che spiegare la morte, perchè in fondo spiegazine non c’è, forse è meglio cercare di insegnare ad esternare le proprie emozioni e a canalizzarle, cresecendo capirà da solo che esiste un inizio ed una fine…

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ciao volevo raccontarvi una mia esperienza recente su questo argomento. Abbiamo portato nostro figlio di 3 anni al cimitero il giorno dei morti e così sono iniziate le domande. In effetti pur avendo letto questo scambio di vedute, in quel momento ovviamente mi sono trovata impreparata. In più avendo io una visione religiosa che mio marito non ha, alle volte mi trovo a dover trovare il giusto compromesso. Forse il bambino sente queste incertezze e infatti è successo questo. Lui mi ha chiesto dov’è il nonno di fronte al muro della cappella dove c’era la sua foto. E io gli ho detto che era in cielo ed era diventato una stellina che la notte si può vedere e così ci è sempre vicino. Lui dopo un poco mi ha detto “mamma, io non ci credo che il nonno è una stella”. Al che siamo rimasti un po’ spiazzati e abbiamo fatto la domanda a lui:”secondo te quindi?” e lui ha riposto ” il nonno ha preso un razzo per andare su nel cielo”. Mi rimane il dubbio su quanto bisogna essere realisti con un bimbo così piccolo e quanto usare le metafore. Forse bisogna parlarne CON lui lasciando a lui la chiave di fantasia che preferisce. E non dare certezze che nemmeno noi abbiamo, ma semplicemente offrire la possibilità di parlare della morte come una cosa naturale, la cui essenza anche per noi non è del tutto chiara. In questo caso il nonno non l’aveva mai conosciuto, più difficile sarebbe quando quella continuità di cui parla la Dott.ssa si spezza tutto a un tratto. E lì magari bisogna sì dire ma senza entrare in particolari che possono creare ansie quotidiane (tipo il bambino citato da Babette).

Pipa
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credo che dipenda sempre da come si raccontano le cose…da un lato, e dall’altro anche da quello che i bimbi recepiscono dall’ambiente circorstante.

Anch’io credo nella circolarità della vita e con mio figlio di 4 anni ho già avuto modo di parlare della morte, non per un episodio diretto ma perché non c’è più il gatto della nonna che tra l’altro non ha nemmeno conosciuto.

Credo sia importante il concetto di cielo, che le persone (o animali) che non ci sono più ci vedano dal cielo comunque.

Forse però per un bambino del nido, quindi con meno di 3 anni, credo sia veramente difficile.

L’importante credo sia metterli sempre nella condizione di farti delle domande, magari restano comunque confusi, ma sanno di poterti sempre chiedere tutto. Mio figlio ogni tanto tira fuori nuovamente questa storia del gatto che è in cielo e me la ripete, probabilmente perché ripeterla gli da sicurezza. I bambini devono sentirsi certi, anche nelle cose brutte, se invece sono nell’incertezza e nella confusione, questo genera loro ansia.

Secondo me meglio una notizia brutta ma chiara, che vaghe informazioni confuse!

 

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Forse non c’entra, o forse si.

Oggi mia figlia aveva paura del vento. Anzichè spiegarle che non c’era da aver paura, le ho chiesto perchè. Mi ha spiegato che le spostava i capelli. Ci abbiamo pensato un pò. Alla fine mi ha chiesto di sistemarle meglio la molletta dei capelli. Mi è sembrata una buona idea. Abbiamo proseguito.

Forse non riguarda solo la morte, questa faccenda, ma il modo in cui confondiamo le nostre paure con le loro.

 

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Salve carissime, sono nuova e purtroppo lo scorso anno è successa la stessa cosa anche ad un compagno di classe del mio bambino. Ho ancora paura d’affrontare l’argomento con lui perché avrebbe sicuramente sentore della precarietà della vita. Per ora non gli ho detto nulla, visto che una mia amica ne ha parlate col figlio con risultati disastrosi.

La mamma che è volata in cielo ha fatto una morte tragica suicidandosi, così ai bambini è stato detto che è morta in un incidente domestico.

Il risultato è che il figlio della mia amica adesso sta sempre con l’ansia a controllare la mamma ogni volta che accende l’aspirapolvere o suona il campanello ha paura che le succeda qualcosa.

Il mio bimbo, che ha 5 anni, ha affrontato con serenità la morte del nonno, con estrema naturalezza. Ora che è più grandicello comincia a capire che c’è la vita e la morte e che le persone che non ci sono più vanno in un posto bellissimo e che comunque stanno sempre vicino a noi. è lui che spesso mi parla del nonno e insieme diciamo una preghiera per ricordarlo e a volte mio marito gliene parla. Così credo che se lo senta cmq vicino e affronti in maniera più indolore il distacco.

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Cara Anna,

non so rispondere alla tua domanda che in questo momento è anche la mia, io stessa mi trovo in difficoltà dinnanzi a temi come la morte, la malattia, la mancanza… non lo so, temo parlandone con Elisabetta ancora così piccola di poterle trasmettere solo le mie paure, le mie incertezze, le mie difficoltà mentre vorrei che lei riuscisse serenamente a vedere tutto ciò come parte inevitabile della vita…

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Carissima Anna,

la tua domanda mi ha toccato profondamente. è anche coraggiosa. Questi temi sono come dei “tabù” e alla fine cresciamo senza sapere affrontare ciò che come dici tu “è parte inevitabile della vita”. Come fare? Non lo so bene neanche io. Credo sia molto personale, ma credo anche che coi figli a qualsiasi età si possa parlare di cose grandi e importanti, trovando ovviamente le parole giuste per fare scivolare concetti enormi con semplicità: insomma un’impresa che appare talentuosa, ma forse togliendoci tutte le nostre rappresentazioni anche la morte torna a essere un evento della vita e  soprattutto della natura. Mi piacerebbe essere un bambino per ricominciare a vedere e conoscere il mondo senza le sovrasrutture e i preconcetti che ci hanno trasmesso, proprio su argomenti che ci hanno passato come tabù. Non mi sono ancora trovata a doverlo affrontare coi miei bambini ma forse è meglio dare gli strumenti per capire prima di essere nell’urgenza di dare spiegazioni.

Quali parole? Bah, l’inizio e la fine, e poi l’inizio e la fine, e ancora l’inizio e la fine.. Credo nella circolarità.