Quando un genitore ama davvero…

Ho sempre pensato che un genitore sia biologicamente programmato per amare il proprio figlio. Certo, non è soltanto una questione di istinto ma anche di altri fattori, come ad esempio il carattere, le proprie attitudini, la compatibilità tra due distinti esseri umani, le diverse inclinazioni di ognuno. Amare un figlio vuol dire provvedere, fino a quando non sarà in grado di farlo autonomamente, al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, impegnarsi affinché sia garantito il suo equilibrio emotivo e la sua serenità. Il rapporto genitore-figlio risente ovviamente della diversità tra distinte soggettività e non sempre risulta semplice vivere un simile legame all’insegna della condivisione e dell’accordo profondo. Mi spiego meglio. Spesso i figli operano scelte che non vengono condivise dai propri genitori per principio o per valori di riferimento, vivono una quotidianità che non si approva, assumono comportamenti che talvolta non trovano riscontro positivo nell’enciclopedia dell’esperienza genitoriale. Solo un genitore attento, consapevole, “amante” del proprio figlio, può essere in grado di “andare oltre”. è proprio quando non si condividono le scelte dei propri figli che è necessario manifestare e trasmettere comunque la propria vicinanza, non omettendo mai di dichiarare il proprio punto di vista e le ragioni di un disaccordo di vedute. Amare un figlio non vuol dire plasmarlo a propria immagine, togliere l’ossigeno proveniente dall’esperienza diretta e preservarlo da qualunque rischio proveniente dal mondo circostante. Vuol dire anche superare la distanza di vedute per raggiungere quella vicinanza emotiva in grado di trasmettere un amore unico ed incondizionato, un amore che mai farà sentire “solo” un figlio e che mai permetterà ad un genitore di dire: “Ho fallito”. ( Dr.ssa Marcella Ciapetti)