Quando la tua “casa” non è più anche la loro.

La vita è fatta di scelte, per questo avere rimpianti ha poco senso. Ogni scelta porta delle conseguenze con cui si impara a convivere, che possono essere positive o negative o un mix delle due. Ricordo spesso il giorno di più di 8 anni fa quando dissi di sì al nostro venire a vivere in America per un paio d’anni (sono diventati 8). Ci avevo pensato su un mesetto con sentimenti contrastanti, da un lato una grande voglia dall’altro la paura di partire con due bambini piccoli che non sapevano una parola di inglese e i miei genitori anziani. Poi l’incoraggiamento di tutti gli amici, la fiducia, la gioia per questa nostra avventura. Credo di aver assorbito anche tutto questo per prendere la mia decisione sofferta. Mi sono dovuta un po’ sforzare ma poi ho pronunciato quel fatidico sì. Tempo qualche mese eravamo sul volo per San Francisco, la mia città preferita di sempre, con 6 scatoloni in tutto, leggeri e pronti a scoprire una nuova vita sapendo che la nostra sarebbe comunque rimasta intatta a Milano. Mi ero sentita davvero felice di vedere il meraviglioso Golden Gate sotto di noi quando stavamo atterrando, ho sentito la giusta adrenalina quando ci siamo trovati di fronte alla lunga coda della dogana. Mi sentivo quasi orgogliosa di quello che stavavamo facendo e di arrivare in questo enorme paese tutto da scoprire. Poi l’aria frizzante che si respira solo nella Bay Area, il sole perenne, il cielo sempre blu, le casette deliziose, i fiori dappertutto, le grandi sequoie, i parchi, i playground per bambini da sogno. Avevamo già affittato la nostra casetta, non volevo che i bambini passassero da un albergo. Ci siamo fermati in farmacia per prendere la cartaigienica, ricordo, e tra i corridoi della CVS ci ferma una donna con un bambino un po’ più grande di Giacomo. “Italiani?”, sì siamo appena arrivati dall’Italia, ci siamo trasferiti qui. “Che bello, noi siamo qui a Palo Alto da 7 anni”. Da quella breve conversazione è nata una bella frequentazione ed è stata la salvezza dei nostri primi giorni. Poi loro sono partiti dopo un anno, un classico della Silicon Valley. Ho conosciuto subito altri italiani nei giorni successivi e in men che non si dica avevo un bellissimo gruppo con cui fare feste, sport e trascorrere le giornate. Il primo anno è stato meraviglioso. Dopo nemmeno un anno avevamo comprato la casa dei nostri sogni, ero incinta inaspettatamente del nostro terzo figlio e i figli erano nelle scuole perfette per loro. Come da manuale, l’impatto era stato bellissimo. La chiamano “Luna di miele“. Poi la fase di assestamento, lo “shock culturale” in cui inizi ad immergerti nella vita locale, a capirne le dinamiche, a scoprire il vero stile di vita. Scrissi articoli su questo, su tutte le cose che mi sconvolgevano del vivere in America. Iniziai a scoprire le abitudini, a capire come funzionano i vari sistemi, scolastico, medico, sociale. È un periodo di scontro/rifiuto verso quello che sta davanti agli occhi. Poi c’e’ la “Ripresa“, l’accettazione delle differenze, l’integrazione sociale più profonda (nella Luna di Miele è falsata dall’immenso desiderio di ricostruire e ritrovare una propria socialità). E infine c’è l'”adattamento“, la fase in cui in teoria ci si sente comodi nel nuovo Paese, si è assimilata e accettata la cultura nuova e ci si muove all’interno con serenità. Adattamento non vuol dire però felicità necessariamente. In realtà mi piace molto la curva descritta in questa immagine sotto perchè la fase del cultural shock può essere abbastanza lunga con un paio di tentativi superficiali di adattamento. Ma è solo alla fine che avviene la vera Integrazione nel Paese straniero.

Non credo di essere ancora nella fase di integrazione finale anche perchè ho dovuto cambiare ancora città e seppur nello stesso Stato la curva ha funzionato in modo completamente diverso. Quindi sono in un ulteriore “cultural shock”. San Diego è molto diversa dalla Bay Area. Mentre lì conoscevo una nuova famiglia a settimana qui è difficilissimo integrarsi. È una città molto americana con gente molto stanziale. Mi manca tutto della Bay Area, comprese le persone che si incontrano lì e la voglia di tutti di impegnarsi e costruire qualcosa di innovativo, ma le spiagge, l’oceano, la vista del mare, i tramonti unici di San Diego sono cose di cui non potrei più fare a meno. Per molte cose mi sento ormai molto a mio agio in America, anche come mentalità, ma non è facile ricreare quella rete di affetti che è così fondamentale. Per gli expat anche il reimpatrio in Italia va considerato nello stesso modo, con la stessa curva anche se magari più breve. Vivere per tanti all’anni all’estero un po’ cambia. Quando rientro nella mia vita milanese un po’ mi sento estranea, diversa. Sento di aver perso tanti pezzi soprattutto con le persone che non sento settimanalmente. Con gli amici più cari invece è come se non fossi mai partita ed io in questi 8 anni ho sempre investito molto tempo nel mantenere vive queste relazioni selezionate come se non fossi mai partita. Ma c’è un altro aspetto chiave: il luogo che tu senti come “casa”, l’italia, non è più la “casa” dei tuoi figli. Loro non vogliono andarci quasi nemmeno in vacanza, non si immaginano a vivere in un altro posto rispetto a questo e non accettano quando parlo loro dell’Italia mettendo in evidenze le cose positive rispetto agli USA. Sono certa che sopravviverebbero ad un altro trasloco ma non sono dell’idea di trasferirli in continuazione, soprattutto durante il liceo. Quindi per ora se ne riparla tra tre anni. Ma ogni tanto ci penso. Forse è perchè passano gli anni e passa la voglia di conoscere, di ricostruire, di raccontarsi. E non vedi solo l’ora di ritornare a “casa” con le persone a cui basta uno sguardo per capirti, conoscono la tua storia, ti amano incondizionatamente. Questa pandemia e il mio recente lutto esacerba forse questi sentimenti, di solito ci si rigenerava durante la vacanza italiana e anzi non si vedeva l’ora di ritornare in America dopo un po’ :). Comunque se tornassi indietro non ripartirei. Sono stati anni troppo faticosi. Come ho detto all’inizio non ho rimpianti, ho conosciuto persone bellissime e vissuto in posti incredibili ma ora non li ho comunque nella mia quotidianeità. Sono ricordi, bellissimi, ma ricordi. Per me vale il presente, voglio un presente di affetto, presenza e gioia: la vicina di casa che è la mia migliore amica da anni, la possibilità di correre dai miei genitori malati, essere al loro funerale (cosa che non sono riuscita a fare con mio padre), vedere il mio migliore amico a cena e recuperare il buon umore, abbracciare mia sorella e mio nipote. So che questo accadrà presto, non ho ancora il coraggio di fare questo passo e di spostare i bambini ancora, soprattutto il grande in un momento così delicato dell’adolescenza. È bellissimo partire e scoprire posti e persone nuove, ve lo consiglio, ma se si vuole farlo come esperienza è giusto darsi un limite di tempo e mantenerlo. In un attimo diventa un trasferimento per sempre. Poi per carità magari si trova il posto giusto da cui non ci si vuole più spostare.